Un ottimo saggio di ATTILIO MANGANO a commento della mia teoria dei movimenti collettivi e delle istituzioni

Mangano scrive quando e uscito Leader e masse e in contrasto con la maggioranza dei sociologi italiani si rende conto che è possibile una " teoria generale dei movimenti". Gli sono grato per questo approfondimento : Francesco Alberoni Written by Attilio Mangano Monday, 05 November 2007 22:30 Nel suo recente “Leader e masse” Alberoni ripercorre insieme la teoria del movimento/istituzione e la ricerca storico-antropologica sul concetto di civilizzazione culturale. La notorietà di Francesco Alberoni presso il grande pubblico come studioso dei sentimenti amorosi, iniziata con Innamoramento e amore (Garzanti, 1979) e proseguita anno dopo anno con una ventina di libri sull’amicizia e l’erotismo, spesso ripetitivi e facilmente divulgativi, ha fatto forse passare in secondo piano i meriti di una sua innovativa e importante linea di ricerca nella teoria sociologica come studioso dei movimenti collettivi, che invece fa della sua opera un caposaldo. Eppure Alberoni è stato e rimane uno dei fondatori della ricerca sociologica nel nostro paese, giocando un ruolo significativo fin da quando si ritrovò alla direzione dell’Università di Trento alla vigilia del 1968, quando a Trento venne sperimentato il modello tedesco dell’Università Critica e gli allievi famosi di quella nuova generazione si chiamavano Mauro Rostagno e Renato Curcio. Fra il 1968 e il 1977, gli anni chiave del ciclo della contestazione, Alberoni consegna al “movimento” due suoi grandi testi-chiave, Statu nascenti (Il Mulino, 1968) e Movimento e istituzioni (Il Mulino, 1977), ancora oggi fondamentali per una comprensione della novità sessantottesca. Del resto anche la sua teoria dell’innamoramento riprende e applica alla vita dei sentimenti la teoria dello stato di fusione tipica del movimento e la teoria dell’istituzionalizzazione dei movimenti e dei sentimenti. L’innamoramento sta al movimento come l’amore sta all’istituzione. Il merito di questa stessa formula, che è facile accusare di eccesso di “generalizzazione”, è tale da reggere alle critiche parziali nel suo aver dato luogo a un modello teorico da cui non si può più prescindere, fino a essere un punto di riferimento irreversibile. Allo stesso modo, e l’esempio è volutamente perseguito, per cui la teoria di Max Weber sulle origini del capitalismo, sul quale si sono scritti centinaia di volumi spesso per confutarla, rimane un testo fondamentale del pensiero sociologico e delle grandi teorie esplicative del capitalismo. Era necessario ricordare questa storia dei modelli teorici e delle tappe di fondo della stessa antropologia della politica per inquadrare il più recente volume di Alberoni, Leader e masse (Rizzoli, 2007). Perché da un lato è legittima l’osservazione di ritrovare in fondo in questa opera il riepilogo dei passaggi principali della teoria dello stato nascente e della teoria dei movimenti (se poi si aggiunge il richiamo a un’opera come Genesi (Garzanti, 1989), del resto richiamata apertamente da Alberoni stesso, il quadro è completo): nulla di nuovo, vien voglia di dire, il maestro cita se stesso e si ripete. Ma dall’altro quel “di più” che si ritrova - e che lo studio sulla Genesi esplicava in modo molto più ampio e dettagliato) - è a sua volta un segnale di svolta o di demarcazione o comunque un apporto al modello teorico stesso. Si può riconoscere infatti il vero implicito oggetto del contendere nel passaggio da una teoria dei “nuovi” movimenti collettivi esplicitata in Movimento e istituzioni ad una antropologia generale dei movimenti nella storia: col richiamo alla teoria dello stato nascente, ogni movimento del passato, religioso, politico, culturale, rivoluzionario, bellico, è ricondotto alle sue costanti di fondo. Non che il nostro voglia dar luogo a una più generale “filosofia” della storia andando alla ricerca di leggi generali, egli è pronto a riconoscere specificità dei percorsi e dei processi, non intende mettere in discussione le differenze tra un avvenimento storico ed un altro, ma questo riconoscimento non impedisce di cogliere nella teoria dello stato nascente una chiave di lettura unificante, sia pure a grandi linee. Si tratta di connettere una teoria dei movimenti con una teoria delle civilizzazioni culturali (operazione già esplicitata in Genesi): Cristianesimo, Islam, Marxismo, ma anche Riforma protestante, Illuminismo, Confucianesimo, sono dunque al tempo stesso movimenti collettivi originari ma anche istituzioni culturali specifiche che si riproducono e si generalizzano istituzionalizzando i propri nessi fondativi in una organizzazione che dura e si riproduce coi suoi propagandisti e sacerdoti, elaborando un nucleo storico dogmatico simbolico che costituisce il paradigma in cui permane una immagine del tempo delle origini come inizio e come luogo sacro: “Lo chiameremo l’ordinatore culturale. Ogni nuovo movimento lo riscopre, lo fa proprio e cerca di rivitalizzare, di far rinascere l’istituzione come era all’origine. Mircea Eliade ha dimostrato che tutte le culture si rifanno ad un tempo divino delle origini. La teoria dei movimenti sostiene che questo coincide con lo stato nascente dei movimenti da cui è nata quella istituzione, ed in particolare quella civilizzazione culturale, quando non si era ancora contaminata.. ”. Si finisce in tal modo col dar luogo a cattive generalizzazioni? E tutto ciò inficia il modello teorico? Io credo proprio di no e che Alberoni sia più che consapevole che questo punto di incontro fra teoria dei movimenti e teoria della coppia amorosa (il movimento allo stato nascente) come nucleo e metodo consenta una generalizzazione antropologica delle costanti senza per questo escludere il principio sociologico e storico della specificazione: la differenza specifica (storico culturale delle radici di un movimento e del contesto strutturale in cui esso nasce) non esclude la sua riconducibilità generale alla dinamica del movimento che si autoistituisce e dell’istituzione che ne sorge, spesso poi è proprio la figura del leader carismatico a riassumere su di sé l’immaginario delle origini e la sua istituzionalizzazione. Egli stesso cita esempi famosi e significativi del rapporto di unità e differenza in cui ciò che nasce è nuovo e nasce “contro” l’istituzione, ma al tempo stesso si istituzionalizza. È la risposta di passaggio a una trasformazione non solidaristica, a una mutazione socio culturale in cui disordine e sofferenza producono il bisogno di un nuovo ritorno alle origini, a una trasformazione solidaristica su cui il movimento fonda la sua nuova identità, essa è appunto la specifica esperienza fondamentale dello stato nascente (ritorno alle origini, esperienza di liberazione e di rinascita, nuovo spirito di fratellanza, scomparsa della morte, odio per il “nemico” etc). Se il movimento di Lutero sorge in rottura con il disordine morale della Chiesa istituzionalizzata, il suo costituirsi produce a sua volta una nuova autorità istituzionale. La rivoluzione francese attacca e denigra le istituzioni monarchiche ma poi, preso il potere, pretende di instaurare la virtù con il terrore. Siamo di fronte a un tipo di problema che ha il suo grande precedente in un caso famoso che ancora oggi fa discutere: penso alla teoria del totalitarismo in Hannah Arendt, in cui lo stesso confronto fra due sistemi come nazismo e stalinismo ha suscitato spesso l’obiezione per cui non si possono accostare fra loro una struttura ideologico-politica di destra e una di sinistra, come se la loro differenza specifica impedisca di riconoscere il tratto comune e lo sbocco verso un processo inedito. In realtà, la compresenza di caratteristiche peculiari (ideologia politica del movimento, radici storiche) e di costanti analoghe nella costituzione di un nuovo tipo di sistema politico totale non solo non ha impedito di approfondire i percorsi specifici di ognuna delle due istituzioni totali, ma ha consentito di riconoscere i tratti comuni sotterranei (si pensi agli studi di Zevi Sternhell sulle origini del fascismo nelle subculture della sinistra, oppure alla distinzione di De Felice tra fascismo movimento e fascismo istituzione). Chi si occupa di storia delle religioni e/o di teologia non trova strano accomunare il Cristianesimo ad altre religioni monoteiste e sa operare la necessaria distinzione fra le specificità di una singola civilizzazione culturale operante nel movimento religioso che si fa istituzione e la caratteristica comune del monoteismo; non è affatto una cattiva generalizzazione l’accostamento, che anzi consente a sua volta l’analisi della differenza. Perché dunque nazismo e comunismo non possono essere analizzati insieme nelle differenze che li contrappongono l’uno all’altro come nemici e nel tratto che li accomuna? L’elenco sintetico, in una paginetta in cui Alberoni ricorda le epoche dei grandi movimenti dal VI secolo a. C. ai giorni nostri, mettendo nel mucchio la nascita della filosofia in Grecia e il Buddismo, il Cristianesimo, l’Islam, la Riforma, l’Illuminismo, la nascita degli stati nazionali, la nascita dei movimenti socialisti, i movimenti di liberazione nazionale e la rinascita fondamentalista dell’Islam, va accostato, come fa l’autore, all’analisi differenziata (trasformazione non solidaristica e trasformazione solidarista, ribellione violenta e ribellione non violenta, fratellanza e intolleranza) e coniugato infine con l’analisi delle forme e delle regole interne del movimento al suo stato nascente. Il fatto che l’Europa abbia conosciuto per secoli la violenza e l’intolleranza delle guerre di religione non esclude di poter accostare le analisi differenziate delle radici e dei percorsi alle analisi generali dei processi di civilizzazione culturale. Il fatto che il fondamentalismo islamico alla Al Qaida sia un movimento bellico di distruzione del nemico che suscita orrore e sgomento non esclude il riconoscimento di quelle sue dinamiche interne che lo accomunano ad altri movimenti allo stato nascente. È evidente che ciò non implica una sorta di simpateticità fra movimenti ma impegna anche nella lotta a una riflessione su quei tratti culturali (odio per il nemico, ritorno alle origini, culto della morte bella, etc) che ritroviamo nei movimenti allo stato nascente e che costituiscono una forza specifica, un controvalore. Si pone semmai un problema particolare di analisi che merita una riflessione aggiuntiva: quel sentimento di fusione che ritroviamo nella coppia amorosa e nel movimento allo stato nascente, il passaggio dall’io al noi che opera come passaggio identitario nella coppia e nel movimento, produce esso sì una falsa generalizzazione, l’idea di una permanenza infinita della volontà comune, nella coppia il dramma del passaggio dalla fusione di innamoramento alla distinzione delle volontà e dei soggetti che segue la fine dell’innamoramento, nel movimento il mito e la credenza in una comune volontà generale - di cui Rousseau è stato interprete e fondatore - che produce una specifica ideologia totale. “Il punto di partenza è sempre pensare che possa esistere una istituzione che realizza tutte le esperienze, i sogni, le speranze dello stato nascente, che ne sia l’ipostatizzazione e la perpetualizzazione. Mentre è solo ed esclusivamente nello stato nascente che esiste l’esperienza della coincidenza della volontà individuale autentica e della volontà generale e questa esperienza svanisce con esso ”. “Tutte le dottrine politiche, siano esse liberali, anarchiche, marxiste o islamiste, che promettono istituzioni capaci di conservare la coincidenza tra volontà individuale e volontà generale (profana o divina) producono totalitarismi”. Siamo in presenza di un passaggio cruciale, che implica la necessità di fare i conti con il rapporto fra puro e impuro, positivo e negativo, operante nello stato di fusione del movimento nel suo stato nascente. I due estremi da contrastare sono in questo caso da un lato l’ipostatizzazione del movimento come proiezione del bisogno di identità (il movimento è sempre buono, esso condensa in sé appunto “l’esperienza fondamentale” come liberazione e destino, sfida e speranza) e dall’altro quel mix di cinismo e realismo che vede il movimento come vittima della sua stessa autoillusione, produttore della sua stessa droga, destinato al fallimento e allo scacco.




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