ARTICOLI DEL "GIORNALE"

Di seguito presento una selezione di miei articoli pubblicati sulle pagine del quotidiano “Il Giornale” nel 2011


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     ANNO 2011

Non si può
18 Dicembre
Due anni fa ho incominciato a lavorare a un nuovo format di fiction per la città di Milano che però si può applicare a tutte le città del mondo. È un giallo in cui non ci sono morti, non ci sono magistrati, polizia, carabinieri, l’Fbi e il problema o il pericolo vengono risolti non con la violenza, ma con l’intelligenza, l’intuizione e l’abilità. Avevo definito con cura i criteri da seguire per stendere le storie e ho chiesto di collaborare a sceneggiatori, registi, giallisti, scrittori di ogni genere.
Tutti hanno provato ma ciascuno cambiava le regole, inseriva nuovi personaggi, insomma voleva fare un’opera originale mentre io invece insistevo perché rispettassero le regole del format. E poiché protestavo mi rispondevano «tu chiedi una cosa impossibile, non si può». Allora ho trovato gente nuova, più fresca, più umile e oggi ho 24 bellissime storie armonizzate fra di loro. Non è vero che non si poteva, si poteva benissimo. Il «non si può» nascondeva il «non voglio» o il «non sono capace». Non è la prima volta che arrivo a questa conclusione.
Sarà capitato a tutti di avere un superiore, un dirigente, un funzionario che, per prima cosa, vi risponde: «non si può» in modo autoritario, inappellabile, con ragioni tecniche di fronte alle quali vi sentite disarmati.
Il medico vi guarda con compatimento. L’ingegnere vi fa sentire un uomo dell’età della pietra. Il politico vi spiega che l’opposizione lo rende impossibile. Il finanziere vi dimostra che l’affare è sballato. Il burocrate elenca regolamenti insuperabili. Il giurista vi annienta con citazioni di leggi. E invece quella cosa si poteva invece benissimo fare.
Bastava trovare una soluzione nuova, intelligente. Ma chi dice di no non fa lo sforzo di cercarla. Non vuol cambiare, non vuol fare fatica, non vuol pensare e sperimentare il nuovo. Ma chi dice sempre di no, lo fa anche per conservare ed affermare il suo potere. Quando un uomo di mediocre intelligenza e fondamentalmente privo di fantasia, raggiunge una posizione di potere come fa a conservarla? Circondandosi di persone che gli ubbidiscono prontamente, e creando ostacoli per impedire ai potenziali concorrenti di emergere, di acquistare visibilità e credito. Il mediocre, di fronte all’inventore, al creatore, è smarrito, ha paura. Non capisce la sua proposta, il suo progetto, ma oscuramente sente che, se glielo fa realizzare le cose cambieranno e il suo tranquillo e sonnolento dominio verrà turbato. «Quieta non movere» dice l'antico motto latino. Tradotto in italiano, «non si può».


Pigrizia e vigilanza
12 Dicembre
Oggi vorrei parlare della pigrizia perché è causa di comportamenti dannosi per noi e per gli altri e, in un paese in crisi, è forse il difetto maggiore. Una pigrizia che di solito si esprime nel rimandare quello che dobbiamo fare soprattutto se si tratta di un compito fastidioso. Lo vediamo nelle cose minime: telefonare, andare a trovare gli amici, rispondere alle lettere, soprattutto quelle che ci pongono qualche problema e richiedono un minimo di riflessione. Molta gente rimanda la risposta fino a quando non pensa che ormai sia inutile e così poi butta via tutto. Una pratica molto diffusa fra i politici perché in tutta la mia vita (e occupando le cariche più diverse) ho scritto centinaia di lettere a sindaci, presidenti delle regioni, ministri e primi ministri senza ricevere risposta.
Non parliamo poi dei problemi impegnativi, delle situazioni in cui dobbiamo prendere una decisione che richiede coraggio. In questo caso la pigrizia si sposa con la viltà. Rimandando la decisione il problema non risolto si aggrava, fino a degenerare. Pensiamo a quante opere incompiute è pieno il nostro paese. Personalmente sono del parere che queste cose vanno affrontate subito con un vero e proprio assalto.
Proprio in questi giorni il governo Monti è stato chiamato a fare delle manovre economiche che aspettavano da troppo tempo. Io mi auguro che abbia il coraggio di fare tutto subito, perché se anche lui ritarderà, finirà nelle sabbie mobili come gli altri.
Pigrizia vuol dire anche distrazione, disattenzione, mancanza di vigilanza, una virtù essenziale non solo per evitare degli incidenti fisici come inciampare in un gradino che non abbiamo visto, attraversare la strada senza guardare a sinistra e a destra se arriva una macchina, credere di aver chiuso il gas mentre era aperto ma anche per evitare sbagli sul lavoro negli affari. Chi non è vigilante si lascia passare sotto il naso una occasione, un affare, sbaglia nel ricevere un cliente importante e non dà le informazioni necessarie ad un collaboratore. Molti managers confondono la vigilanza con la meticolosità. Il meticoloso si fa assorbire da un solo compito e non si accorge che qualcosa d’altro nel frattempo va in rovina, mentre il dovere di un buon capo invece è saper tener d’occhio tutto quello che succede, di percepire i difetti, le debolezze, gli errori, i pericoli incombenti e intervenire tempestivamente.


Il podestà
5 Dicembre
La nostra è una Repubblica parlamentare dove ogni eletto rappresenta il popolo. I deputati potrebbero riunirsi a piacimento e decidere di fare e di disfare un governo ogni mese. È una formula adottata dai padri costituenti per impedire il formarsi di forti partiti e soprattutto di un forte esecutivo. Venivamo dalla dittatura fascista e si voleva un parlamento forte e un governo debole. A causa della guerra fredda il sistema politico si è però diviso in due grandi blocchi, uno filoamericano attorno alla Dc e uno filosovietico attorno al Pci. È quello che Giorgio Galli ha chiamato il bipartitismo imperfetto dove governava sempre il centrodestra e la sinistra era all’opposizione.
Questo bipartitismo è entrato in crisi con il crollo del muro di Berlino. Il blocco filoamericano è stato eliminato per via giudiziaria. Il vuoto allora è stato riempito da tre movimenti, quello di Segni, la Lega e Forza Italia che hanno ricostituito un centrodestra e un bipartitismo che però è sempre stato osteggiato, che è sempre stato fragile e che, di fronte alla crisi, si è colliquato per cui abbiamo messo fra parentesi il parlamento e, come facevano i romani, abbiamo nominato un dittatore o, come facevano i comuni medioevali,
un podestà. Le democrazie anglosassoni rappresentano il modello esattamente opposto perché sono bipartitiche e con un forte esecutivo a termine. Esse sono fondate sulla consapevolezza che la società cambia, cambiano le generazioni, le tecnologie, i problemi, le abitudini, i bisogni, i gusti, che i politici si radicano e si corrompono per cui a un certo punto occorre un rinnovamento della classe politica e un governo diverso. Perciò ne prevedono istituzionalmente la fine dopo quattro od otto anni. Ma quando è in carica l’esecutivo deve essere forte e stabile.
Di conseguenza gli anglosassoni non vanno incontro alle crisi periodiche tipiche della Repubblica parlamentare dove le forze politiche divise e litigiose non riescono a prendere decisioni e allora o nascono nuovi movimenti e nuovi leaders o interviene l’Europa o il presidente della Repubblica come è successo negli ultimi tempi. Cosa succederà nel futuro? Alcuni pensano che si possa avere un governo stabile e capace di decidere lasciando le cose come sono, cioè con diversi partiti che fanno accordi parlamentari. No, non è possibile. Alla fine dovremo rivedere la Costituzione e io mi auguro nel senso del bipartitismo e dell’esecutivo forte e a termine.


L’impoverimento e la riscossa
28 Novembre
Siamo sicuri di capire l’attuale crisi, le sue cause e i rimedi da approntare? La crisi fi-nanziaria è la conseguenza del rallentamento dell’economia di tutti i Paesi occidentali, dall’Italia agli Usa fino al Giappone, davanti alla concorrenza della Cina,dell’India e delle altre economie in espansione. L’Occidente, nel corso degli ultimi secoli, ha inventato una tecnologia superiore, comprava le materie prime dal resto del mondo, le lavorava con un enorme valore aggiunto e si è arricchito. Ogni tanto qualche nazione, usando le nostre tecnologie, faceva un balzo in avanti.
L’ha fatto per primo il Giappone,ma a un certo punto l’hanno fatto anche nazioni con miliardi di abitanti, con un costo della manodopera bassissimo e le industrie occidentali in poco tempo sono state messe in difficoltà. È solo a questo punto che è entrata in gioco la finanza. Le banche americane, che hanno concesso mutui a milioni di persone per comprarsi la casa, pensavano che sarebbe continuato lo sviluppo. Invece è rallentato, i loro clienti non hanno più potuto pagare e allora hanno escogitato ogni diavoleria finanziaria per sopravvivere.
Ma non è detto che i clienti avranno più soldi nei prossimi anni perché le industrie chiudono e restano disoccupati.
Lo Stato, per aiutare banche e lavoratori, si è indebitato a sua volta ed è iniziata anche la speculazione sulle stesse nazioni. Oggi, per ridurre i debiti, gli Stati riducono le spese, ma in questo modo la povertà aumenta. Non siamo in una bufera temporanea che passerà come sono passate le altre e non bastano misure finanziarie.
Quello che incombe sull’Occidente è l’impoverimento, stiamo tornando poveri mentre ci consideravamo ricchi. Una povertà che in Italia si esprime nei disoccupati, nelle mense dei poveri, nei divorziati che tornano dai genitori, nella vendita della «nuda proprietà » per sopravvivere, nel progressivo scadimento della qualità di tutti i prodotti a parità di prezzo.
Per riprenderci, dobbiamo partire dall’idea che possiamo tornare poveri come lo eravamo nel dopoguerra e che siamo in concorrenza con Paesi ad alta tecnologia e basso costo della manodopera. Per cui dobbiamo partire da capo, con tenacia, con perseveranza, ricostruire la capacità tecnologica ricercando e studiando, poi sfruttare le nicchie in cui abbiamo ancora un vantaggio, facendo qualsiasi lavoro e facendolo bene. Ma anche imparando a difenderci dal dumping dei loro prodotti e ad aver paura degli sprechi, di tutti gli sprechi.


Entropia
21 Novembre
Negli anni ’60-70 molti studiosi si sono posti il problema della nascita dell'ordine dal disordine.
Il più famoso, premiato anche con il Nobel, e stato Ilya Prigogine. Si è visto che, se in un sistema vivente aumenta progressivamente il disordine (l'entropia) quando questa raggiunge una certa soglia critica, improvvisamente diminuisce, crolla, e il sistema rinasce, si ristruttura in modo più stabile.
Io l'ho studiato nel campo sociologico: ho osservato centinaia di casi in cui crescevano disordine, violenza, smarrimento e, sul piano politico, incapacità di decidere fino al caos totale. Poi, improvvisamente si mettevano in moto dei movimenti collettivi, religiosi, politici o di opinione, che ricostituivano l'ordine e l'autorità, ma in una forma diversa dalla precedente.
Qualche volta questo è avvenuto in modo violento e terribile. Lo stato di disordine, di anarchia e di violenza che è seguito alla prima guerra mondiale ha generato partiti totalitari e dittatori come Stalin, Hitler e Mussolini. Ma in altri casi no. Gli Stati Uniti sono usciti dalla grave crisi del 1929 con Delano Roosevelt e la Francia si è salvata dalla guerra civile col generale De Gaulle che ha creato una buona costituzione.
Anche in Italia negli ultimi anni cresceva il disordine e io ho scritto diversi articoli in cui dicevo che, dopo un periodo di lotta caotica, sarebbe uscita una nuova leadership e gli attuali protagonisti avrebbero perso rilevanza. Ma non vedevo sorgere importanti movimenti collettivi e nuovi potenziali capi carismatici. Vendola e Renzi non erano certo all'altezza.
Poi mi sono accorto che aumentava rapidamente il credito, l'autorevolezza e la fiducia nel presidente della Repubblica Giorgio Napolitano finché, alla fine, era diventato l'unico punto di riferimento positivo tanto per i politici quanto per i cittadini, quindi un vero capo carismatico. Noi immaginiamo i capi carismatici come dei tribuni urlanti. Non è così. La storia ci ricorda grandi capi come Pericle, Augusto, Adriano, Lorenzo il Magnifico e lo stesso De Gaulle, sobri nelle parole e misurati nei gesti.
Il presidente Napolitano ha espresso un governo in cui tutti i ministri sono professori universitari, persone di altissimo sapere. Ha creato così uno choc in un paese che aveva dimenticato che ci può anche essere una classe politica colta, perché vedeva solo personaggi televisivi, comici, e politici che si insultano nei talk show.


Berlusconi
14 Novembre
Tutte le religioni, i partiti, i sindacati della storia sono nati come movimenti e sono diventati istituzioni.
I movimenti esplodono imprevedibili quando le élites istituzionali non riescono più a dar voce alle forze sociali e allora queste, come in un terremoto, rompono la crosta istituzio-nale, creano entusiasmo, mete, speranze e si riconoscono in un leader carismatico. In Italia è nato da un movimento il fascismo, e la nostra Repubblica è nata dal grande movimento di liberazione nazionale.
Fra gli anni Sessanta e Settanta c’è stata un’altra stagione di movimenti ( il cosiddetto ’68) che hanno rafforzato il sindacato, potenziato la sinistra e, sul piano culturale, hanno portato a una laicizzazione della società.
Il nuovo equilibrio è durato fino alla fine degli anni Ottanta quando, col crollo del muro di Berlino, ha perso di significato la contrapposizione fra la coalizione filoamericana e quella filosovietica. Nel Nord è nata la Lega col suo capo carismatico Bossi. Poi il movimento Manipulite con Di Pietro. Distrutti Dc, Psi, Psdi, Pri doveva essere il momento del nuovo Pds di Occhetto.
Invece nel 1994 è esploso un nuovo movimento formato da coloro che
temevano l’imminente trionfo della sinistra. L’ha lanciato Berlusconi chiamandolo Forza Italia , ma è dilagato nel paese e si organizzato autonomamente con la formazione spontanea di 12.000 Club. In due soli mesi , fra il 6 febbraio, il 28 marzo è diventato il primo partito italiano, ha vinto le elezioni ed ha portato al governo il suo capo. Berlusconi stesso non ha capito come è successo. Ha pensato di aver fatto tutto da solo.
In realtà un movimento collettivo esplode per energia propria, però ha bisogno di un capo, di simboli, di mete, di inni. Berlusconi e stato bravissimo nel fornirglieli. Ma poi non si è dedicato ad organizzare il partito e, come statista, non ha sentito il bisogno di raccogliere intorno a sè le migliori intelligenze italiane. Ha dimostrato, astuzia politica, fantasia e una straordinaria capacita di trascinamento anche in situazioni difficili. Si è però circondato di persone troppo ossequienti e, pensando di essere infallibile, ha fatto molti errori. Solo il suo popolo, quello che, con lui, aveva creato Forza Italia, gli è rimasto fedele anche se molti alla fine erano delusi. Poi ha incontrato una gravissima crisi economica internazionale ed il suo carisma, già appannato, non è più stato sufficiente.


Intelligenza emotiva
7 Novembre
Da qualche anno si parla di intelligenza emotiva. Ci siamo accorti infatti che gli esseri umani agiscono mossi dalle emozioni e tengono conto delle emozioni degli altri. Alcuni hanno reazioni scomposte, sbagliate; altri reazioni che, pur non prodotte dal freddo ragionamento, sono intelligenti, razionali. Il capo carismatico percepisce i sentimenti della folla e li manipola. La maggior parte si fa trascinare, asservire, ma c’è anche chi ha, dentro di sé, la capacità di resistere emotivamente alla lusinga, alla ipnosi e si mantiene lucido.L’intelligenza emotiva ha una grandissima importanza tanto nei rapporti di cooperazione come nei rapporti conflittuali.
Se vogliamo costruire una impresa efficiente dobbiamo capire di che cosa hanno bisogno i nostri dipendenti e i nostri clienti. Se vogliamo vincere la battaglia dobbiamo capire cosa provano i nostri soldati e metterci nei panni del nemico. Io mi sono sempre occupato di intelligenza emotiva studiando le passioni individuali e collettive e cercando di capire se quelli che appaiono atti totalmente irrazionali o folli hanno in reltà una loro logica. Prendiamo per esempio l’innamoramento, il fenomeno che tanto per molti psicologi come per i neurologi è totalmente irrazionale.
Io, invece, ho sostenuto che esso esplode quando il soggetto si ribella a una rete di vincoli, freni, proibizioni.
Ma per farlo deve trovare una persona anch’essa pronta alla rivoluzione e che con il suo slancio, i suoi valori, la vita che ha vissuto, i suoi sogni e la sua gioia di vivere, gli fa capire che può realizzare i suoi desideri più profondi e diventare più autenticamente se stesso. Però il processo amoroso è lungo e ad ogni tappa i due innamorati devono risolvere problemi, fare scelte, affrontare dilemmi.
Se sappiamo come si svolge questo processo - se ne conosciamo la fenomenologia - potremo fare delle scelte emotive più intelligenti. Per questo ho dato tanta importanza alla descrizione (cioè alla fenomenologia) di sentimenti come l’amicizia, la simpatia, l’antipatia, l’invidia, l’avidità, la generosità,la vanità, la gelosia, la forza d’animo,l’ottimismo e il pessimismo, l’aggressività, la volontà, la gratitudine, l’obbiettività,il perdono,la vigilanza o l’umiltà. Perché sono tutti metodi con cui noi affrontiamo la vita e, conoscendoli e rivivendoli in noi stessi, possiamo capire dove sbagliamo e fare delle scelte migliori. Studiare i meandri emotivi dell’animo umano vuol dire essere più liberi.


Riconoscenza
31 Ottobre
Quand’è che proviamo riconoscenza per qualcuno? A prima vista diremmo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così.
Quelli che si amano non la provano. Pensate a due innamorati. Ciascuno fa tutto quello che può per l’amato ma nessuno sente un debito di riconoscenza. Chi si ama non tiene una contabilità del dare e dell’avere: i conti sono sempre pari. Solo quando l’amore fini-sce riappare la contabilità e ciascuno scopre di aver dato più di quanto non abbia ricevuto.
Però anche fra innamorati ci sono dei momenti in cui il tuo amato ti dona qualcosa di straordinario, qualcosa che non ti saresti mai aspettato ed allora ti viene voglia di dirgli un «grazie» che è anche riconoscenza.
Insomma la riconoscenza nasce dall’inatteso, da un «di più». Perciò la proviamo spesso verso persone con cui non abbiamo nessun rapporto ma che ci fanno del bene spon-taneamente. Per esempio a chi si getta in acqua per salvarci rischiando la vita, a chi ci soccorre in un incidente, a chi ci cura quando siamo ammalati. Ma anche a chi ci aiuta a scoprire e a mettere a frutto i nostri talenti nel campo della scienza, dell’arte, della professione per cui, quando siamo arrivati, gli siamo debitori.
La riconoscenza è perciò nello stesso tempo un grazie e il riconoscimento dell'eccellenza morale della persona che ci ha aiutato.
Quando proviamo questo sentimento, di solito pensiamo che durerà tutta la vita, invece spesso ce ne dimentichiamo. E se quella persona ci ha fatto veramente del bene allora la nostra è ingratitudine. Ma la chiamerei una ingratitudine leggera, perdonabile. Perché purtroppo c’è anche una ingratitudinecattiva, malvagia. Vi sono delle persone che, dopo essere state veramente beneficiate, anziché essere riconoscenti, provano del rancore, dell’odio verso i loro benefattori. Ci sono allievi che diventano i più feroci critici dei loro maestri e dirigenti che, arrivati al potere diffamano proprio chi li ha promossi. Da dove nasce questa ingratitudine cattiva? Dal desiderio sfrenato di eccellere. Costoro pretendono che il loro successo sia esclusivamente merito della propria bravura e si vergognano ad ammettere di essere stati aiutati. Così negano l’evidenza,aggrediscono il loro benefattore. E quanti sono! State attenti: quando sentite qualcuno diffamare qualcun altro, spesso si tratta di invidia o di ingratitudine malvagia. Guardatevi da questo tipo di persone.


Passione o indifferenza
24 Ottobre
Cosa è meglio, fare progetti arditi e cercare di realizzarli rischiando l’insuccesso, oppure accontentarsi, rinunciare? È meglio provare violente emozioni rischiando il dolore o restare apatici? Accettare l’amore appassionato o non farci coinvolgere? Cercare la perfezione, nell’arte e nella scienza o adeguarci alla mediocrità? Io credo sia meglio la prima alternativa perche tutte le formazioni sociali, le civiltà, le religioni, nascono e si sviluppano spinti dalla fede e dalla passione. Solo dopo lo slancio decresce e si spegne. Il Cristianesimo delle origini aspettava fiducioso l'avvento del Regno ed era pronto al martirio. Quello maturo è diventato curiale e diplomatico. L’amore che esplode gioioso nell’innamoramento in seguito può addormentarsi nella convivenza quotidiana.
Ma è assolutamente certo che ogni cosa, dopo un inizio di impeto e di passione, finisce sempre nella passività e nella inerzia? No. Vi sono civilta, nazioni, religioni, partiti, imprese che non invecchiano, non si sclerotizzano ma, per moltissimo tempo, sprigionano una continua attività creativa. Pensiamo alla Civiltà greca e ai prodigi di sapere, di arte, di bellezza che ha saputo darci nel corso di mille anni e a quella romana che la lasciato la sua indelebile impronta ancora oggi.
Pensiamo a religioni come il cristianesimo e l‘islam che durano da millenni, o anche ai partiti Repubblicano e Democratico che da secoli costituiscono i pilastri del sistema politico USA. Ci sono anche imprese che vivono e prosperano da oltre cento anni.
Che cosa dà loro tanta forza vitale, qual è il segreto della loro perenne giovinezza? La capacita di rinnovarsi continuamente, la capacita di ritrovare la fede, l’entusiasmo e la creativita delle origini. Quando mi dicono che una impresa è finita, che un imprenditore o uno scienziato sono spenti, io resto dubbioso perchè ho visto gente che ha saputo rinnovarsi e sprigionare una stupefacente energia creativa a qualsiasi età. Ho visto aziende rifiorire, ho visto imprenditori (e non solo Steve Jobs) cacciati dalla loro impresa ricomperarsela e portarla al trionfo. La storia ci mostra degli individui che sono stati geniali da giovani e geniali da vecchi come Michelangelo che a venti anni scolpiva la Pieta e a ottanta edificava la cupola di San Pietro. E sono convinto che queste potenzialità ci siano in tutti noi, e che si attivano se crediamo in noi stessi e ci gettiamo nel nuovo compito con tutta la nostra forza.


Filosofia
17 Ottobre
In tutte le epoche c’è sempre stata lotta politica e religiosa e la gente si è odiata, invidiata, derisa, insultata, accusata dei più turpi misfatti.
Allo stesso modo si è dedicata al divertimento, allo svago, allo scherzo, al turpiloquio e alla volgarità. Però accanto a questi modi di essere c’è sempre stato anche un mondo della cultura che guardava verso l’alto,che metteva in evidenza e valorizzava gli aspetti più nobili dell’uomo. È questo che ha sempre fatto la filosofia. Potete percorrere tutte le opere di Platone, di Aristotele, di Spinoza o di Kant e non vi troverete mai insulti e volgarità, ma il costante tentativo di trovare un fondamento della morale, della speranza, della dignità dell’uomo. Quando avete letto l’ Etica di Aristotele il vostro animo è purificato e sollevato. Lo stesso avviene se leggete La critica della ragion pratica di Kant o i grandi sociologi Max Weber e Pareto. La filosofia è stata una continua opera volta alla costruzione critica, razionale di una società più giusta, di una umanità migliore. Un processo che si è interrotto con il nazismo e lo stalinismo in cui tutto è diventato politica, odio e ideologia, ma che è ripreso nel dopoguerra fino a pochi anni fa con grandi pensatori, Sartre, Lévi-Strauss, Foucault,
Barthes, Morin, e fra cui voglio ricordare l’opera memorabile di una donna, Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir.
Poi la filosofia è scomparsa un’altra volta. Ma non per opera di qualche Stalin o Hitler, ma perché è stata semplicemente messa da parte come qualcosa di faticoso e inutile perché non riguarda il presente immediato, la soddisfazione immediata.
L’impresa moderna vuol fare profitti immediati, l’editoria fa libri che sono una estensione della cronaca. D’altra parte la gente si domanda: «Perché devo impegnarmi su qualcosa che mi costringe a pensare quando posso leggere cose facili, andare alla movida, guardare gli spettacoli, le fiction e i dibattiti politici in Tv, giocare a Burraco o chattare su Facebook?». È così che nasce la società scomposta litigiosa, chiassosa, superficiale e ciarliera che oggi Bauman chiama liquida, che c’è sempre stata anche nel passato,solo che allora aveva accanto un pilastro solido, una riflessione filosofica, sociologica e psicologica che si occupava della costruzione dell’uomo, della sua dignità, del suo miglioramento e guardava lontano. Nel caos in cui tutti annaspano oggi, continuate a credere che non ce ne sia bisogno?


Missione
10 Ottobre
Io credo ci sia, nella nostra vita, una misteriosa coerenza, un filo conduttore, una trama, che qualcuno chiama vocazione, o chiamata, o addirittura destino. Che dobbiamo saper riconoscere e che dobbiamo avere il coraggio di non tradire se vogliamo restare noi stessi e fare qualcosa che vale. Quando ce ne allontaniamo troppo nasce in noi un senso di disagio e di inquietudine. Mentre, quando la ritroviamo sentiamo di essere nel giusto,ritroviamo l’energia che avevamo perduta e la gioia di vivere che ci aveva abbandonato Tutti, per vivere,dobbiamo avere una fede. Tutti, per vivere, dobbiamo avere una missione. Non importa se umile o elevata, se eroica o quotidiana. Avere una fede e una missione vuol dire essere inseriti nel fiume della vita, sentirsi parte di essa, con un senso, una meta. Vuol dire sentire di avere un compito utile nel mondo. Seguire la propria missione è come percorrere la strada che ci porta a casa. Ma possiamo perderla. Per ritrovarla dobbiamo ascoltare i segnali. A volte è l’incontro con alcune persone, a volte un amore, a volte un nuovo lavoro, a volte sentirci fra amici, a volte un presagio. Lo dice molto bene Andersen nel celebre racconto in cui il brutto anatroccolo vede i maestosi cigni. Lui non sa di essere un cigno ma, osservandoli, percepisce oscuramente la sua natura e il suo destino.
Tutti coloro che hanno realizzato qualcosa di grande sono stati fedeli a questo loro compito con fermezza resistendo alla sofferenza e all'incomprensione. Dante è vissuto in esilio, Galileo è stato imprigionato. Vico ignorato, Machiavelli ha lottato contro la solitudine, Nietzsche contro la pazzia, Freud contro la derisione, Steve Jobs contro la morte.
E più mi guardo attorno,più mi accorgo che c’è sempre, in ogni essere umano, qualcosa di nobile, di eroico e di ammirevole. Nella madre che lavora e cura la casa e i suoi figli, nell’uomo che fa bene il suo mestiere per pochi soldi, nella guardia giurata che passa la notte al freddo. Ma soprattutto nell’adattarci al continuo cambiare del mondo che modifica il nostro ambiente sociale, con nuovi costumi, nuovi valori, nuove leggi. E spesso non ci serve più l'esperienza che abbiamo accumulato, non possiamo più contare sugli amici di un tempo. Per questo dobbiamo sempre ritrovare il filo nascosto della nostra vocazione, della nostra missione, della nostra dignità, ricominciando daccapo come fosse il primo giorno.


La bolla
3 Ottobre
Lo psicologo Nicola Ghezzani scrive che, attraverso l'innamoramento, noi facciamo l'esperienza fondamentale che, nel mondo, è possibile un rapporto che non sia fondato sul potere e il dominio.
Nella storia infatti il superiore ha sempre avuto nelle mani il destino dell'inferiore, ci sono sempre stati un padrone e un servo e la vita è sempre stata una continua lotta per la supremazia.
Questa situazione di dannazione (il peccato originale) cessa solo nel caso del grande amore dove invece nessuno può volere il dominio sull'altro ma solo la sua libertà e la sua felicità, così come l'altro le vuole per lui. Questo amore costituisce l’uscita dal mondo del dominio e della violenza. I due amanti costituiscono allora un universo separato in cui trovano le radici profonde di se stessi e la sicurezza di fronte alle minacce del mondo esterno
È la bolla, la sfera incantata della loro intimità, della loro unicità, il luogo della loro verità, della loro fedeltà, della loro felicità. Il luogo in cui si danno tutto ciò che desiderano. Ma, al suo interno, essi devono restare personalità distinte, libere, con propri gusti, proprie esperienze di vita, in modo da avere tante cose da raccontare all’amato. E devono possedere propri punti
di vista per discutere. Nella bolla gli amanti non sono due fratelli siamesi, restano separati ma, poiché si amano e sono totalmente complementari l’uno all'altro, si cercano, si desiderano. Il grande amore è fatto a un tempo della mancanza e della sua eliminazione, della distanza e dell'abbraccio che l'annulla. Non può esserci desiderio e quindi felicità senza la mancanza e, a ogni incontro, hanno l'esperienza sublime di trovare ciò che hanno sempre cercato, esattamente come la prima volta che si sono innamorati.
L'amore non è uno «stato» come una lastra di marmo, ma un sistema ricco di energia quindi è fatto da onde come il mare, come la luce. Il desiderio nasce dalla distanza, una distanza che si crea ogni volta grazie alla diversità, alla autonomia e alla libertà dei due amanti e che si colma ogni volta attraverso l'incontro. E in ogni incontro essi si reinnamorano. L'amore dura solo reinnamorandosi continuamente. Nel grande amore totale in ogni incontro, anche dopo moltissimi anni, i due amanti si dicono che non avrebbero mai immaginato che fosse possibile provare un piacere simile a quello che stanno provando. Il grande amore è una continua stupefacente scoperta.





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